“CHE DELIZIA BELFIORE!”: NUOVE SCOPERTE DAGLI SCAVI DELLA DELIZIA ESTENSE
Volge al termine “Che Delizia Belfiore!”, il progetto di archeologia partecipata che negli ultimi anni ha riportato l’attenzione sulla Delizia estense di Belfiore, una delle residenze dei duchi d’Este oggi completamente scomparsa.
Alla fine della campagna dei lavori, lo scavo riaprirà al pubblico: le visite guidate, curate dagli archeologi Flavia Amato e Maurizio Molinari del Gruppo Archeologico Ferrarese, si svolgeranno sabato 19 settembre con questa cadenza oraria: 9:30, 10:30, 11:30 e 12:30.
Ideato e diretto dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara – nelle persone di Chiara Guarnieri e Carolina Ascari Raccagni -, il progetto è interamente finanziato dal Comune di Ferrara.
La campagna sul campo è realizzata a cura del Gruppo Archeologico Ferrarese (GAF) che, quest’anno, vista l’estensione delle attività, è stato affiancato anche dall’associazione di volontariato archeologico “HYDRIA A.p.s.”. L’iniziativa ha visto inoltre il fondamentale supporto della Provincia di Ferrara (proprietaria dell’area), del Consorzio di Bonifica di Ferrara (che fornisce ogni anno le recinzioni necessarie per delimitare gli scavi) e ha saputo catturare l’interesse scientifico del Centro Internazionale Didattica della Storia dell’Università di Bologna.
«Abbiamo creduto fin da subito in questo progetto, perché recuperare la nostra storia significa investire sull’identità della città e sul suo futuro. La riscoperta della Delizia di Belfiore ci permette di riportare alla luce un importante tassello della Ferrara estense e, allo stesso tempo, di trasformare un’area a lungo abbandonata in un luogo di conoscenza, partecipazione e valorizzazione del patrimonio culturale», ha dichiarato il sindaco Alan Fabbri.
Costruita da Alberto d’Este attorno al 1388, la Delizia di Belfiore fu successivamente ampliata e modificata da Lionello, Borso ed Ercole I. Saccheggiata e data alle fiamme dai veneziani nel 1483 durante la Guerra del Sale, la struttura cadde progressivamente in rovina a partire dal 1654, diventando una cava di materiali da costruzione fino a scomparire del tutto.
Dopo le prime tre campagne sul campo (2022-2024), il 2025 è stato un anno di transizione dedicato allo studio e alla catalogazione dei materiali, propedeutico alla pubblicazione di un volume scientifico e all’organizzazione di una mostra aperta al pubblico.
La campagna di scavo di quest’anno, particolarmente ampia, ha permesso di collegare le aree già esplorate e di ricostruire una planimetria più chiara e organica del complesso. Tra le scoperte più significative c’è una seconda “camera da butto”, un vano interrato utilizzato in epoca antica per lo smaltimento di rifiuti e stoviglie. Lo scavo è ancora in corso e potrebbe portare alla luce un ricco patrimonio di oggetti e reperti, come già avvenuto durante la seconda campagna.
«Un progetto unico nel suo genere. È particolarmente significativo aver coinvolto le scuole e la cittadinanza, perché la tutela dei beni culturali passa anche dalla consapevolezza e dalla conoscenza, soprattutto delle nuove generazioni. Gli studenti non sono stati semplici spettatori: dopo la formazione e la partecipazione alle campagne di scavo, sono stati coinvolti anche in attività di approfondimento e divulgazione, dalla realizzazione di podcast e presentazioni alla restituzione pubblica dei risultati raggiunti. Belfiore, ora, può così diventare non solo un importante sito archeologico, ma anche un esempio concreto di come ricerca, formazione e riqualificazione ambientale possano concorrere a restituire alla città e ai suoi abitanti un luogo della propria storia», ha concluso Fabbri.



